JOHN MAYALL : IL PASSATO E' UN RICORDO BLUES
(Giuseppe Videtti)
Questa è l’ennesima dimostrazione che il blues, in qualsiasi tempo, modo e colore venga declinato, non manca mai di emozionare. Bob Dylan ci ha costruito la sua monumentale poetica, John Mayall (1933-2024) una carriera che dal 1956 – quando da Macclesfield, Cheshire, si trasferì a Londra per suonare con la band di Alexis Korner e poi formare i leggendari Bluesbreakers (nei quali hanno militato i grandi del British Blues, compreso Eric Clapton) – fino alla recente scomparsa, non ha ceduto di un millimetro ad altre tentazioni e/o lusinghe.
Lo chiamavano il padrino del blues bianco, ed è proprio come “godfather of the blues” che, l’anno scorso, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. Per la rubrica, ho voluto scegliere un blues dal titolo suggestivo – The Mists of Time (Le nebbie del tempo) – perché è uno di quei brani, meno frequentati ma esemplari, di cui la monumentale carriera di John Mayall è riccamente costellata. Fa parte di Stories (2002), un oscuro album dei Bluesbreakers che su Wikipedia non ha neanche la spunta blu per essere cliccato (Mayall ha guidato la band dal 1963 al 1969, poi l’ha resuscitata con diversi organici dopo quindici anni, e fino alla morte, in maniera intermittente; la discografia dell’artista, fuori e dentro i Bluesbreakers, è sconfinata; dopo Stories è uscita un’altra dozzina di cd).
Mists of Time è un blues immutabile, come la fisionomia del suo autore, che attraverso quasi sette decenni è rimasta la medesima, rughe e canizie a parte. È il quieto lamento di un uomo che si confronta col suo passato: non più nel fiore degli anni (all’epoca ne aveva quasi settanta), incomincia a perdere il contatto con la sua stessa gloria. E quando la nebbia (mentale) si fa più fitta, solo una certezza: «Non cambierei per niente al mondo quegli anni di audaci avventure».
(interamente tratto dal Venerdì di Repubblica del 17 gennaio 2025)